5 miti sulla guida in pista che ti frenano (e perché non sono veri)

5 miti sulla guida in pista che ti frenano (e perché non sono veri)

C'è un momento, per quasi ogni motociclista, in cui il pensiero arriva quasi per caso: "e se provassi la pista?". Poi, altrettanto in fretta, arriva la lista di scuse.

Le conosco bene, quelle scuse. Le ho sentite centinaia di volte in questi vent'anni: in salone, al telefono, davanti a un caffè prima di un corso, da chi guida da sei mesi e da chi guida da vent'anni. Mi chiamo Claudio De Stefano, sono un pilota professionista e ho fondato Black Riders Academy: da allora ho visto scendere in pista migliaia di motociclisti, e quasi sempre con gli stessi identici dubbi in testa prima del primo turno. Il problema è che quei dubbi si basano su miti che non hanno niente a che fare con la realtà. Oggi li smontiamo uno per uno.

Mito 1: "La pista è solo per chi va già forte"

È il mito più diffuso, e anche il più lontano dalla verità. In pista non vince chi va più forte: impara di più chi arriva senza pretese. I gruppi si dividono per livello, non per età o per quanto sei "bravo": al primo corso sarai sempre nel gruppo principianti, con ritmi gestibili e istruttori che ti seguono da vicino. Chi va forte, semmai, è chi ha già fatto la fatica di imparare bene le basi. E le basi si imparano proprio lì, in pista, non prima di arrivarci.

Mito 2: "Mi serve una moto da pista, non la mia stradale"

Falso, e succede quasi ogni weekend: piloti su una 600 o anche su una naked stradale che se la cavano meglio di chi ha una superbike, semplicemente perché la tecnica conta più dei cavalli. Non serve comprare niente. Serve una moto in buone condizioni meccaniche, con pneumatici decenti e liquidi a posto. Il resto — traiettorie, frenata, gestione del gas — si allena, non si compra.

Mito 3: "Se cado, mi faccio male sul serio"

Capisco la paura, è la numero uno in assoluto. Ma vale la pena ribaltare la prospettiva: il posto più pericoloso in cui guidare una moto non è il circuito, è la strada, con le sue variabili che nessuno controlla — traffico, buche, asfalto bagnato, un'auto che sbuca da uno stop. In pista quelle variabili spariscono. Ai ritmi di un primo corso, con tanto spazio intorno e nessun imprevisto esterno, le cadute sono molto più rare di quanto si immagini, e quasi sempre a bassissima velocità.

Mito 4: "Non ho l'età o il fisico giusto"

In pista con noi si vedono neopatentati e motociclisti che guidano da trent'anni, ragazzini alle prime armi con il MiniGP e cinquantenni che tornano a divertirsi dopo anni di sola strada. Non serve essere atleti: guidare in circuito è più impegnativo fisicamente della strada, ma una notte di sonno decente, un pasto leggero e un po' di acqua durante la giornata bastano per reggere benissimo anche il primo turno.

Mito 5: "La pista serve solo per divertirsi, non per la sicurezza vera"

Questo è forse il mito che mi sta più a cuore sfatare. Tutto quello che si allena in pista — la posizione in sella, lo sguardo che anticipa la traiettoria, il modo corretto di usare freno e acceleratore, la gestione della paura in una situazione limite — torna dritto sulla strada di tutti i giorni. Non è un caso che i motociclisti che frequentano corsi in pista raccontino di sentirsi più lucidi e più in controllo anche nel traffico. La pista non è l'opposto della sicurezza stradale: è il posto dove quella sicurezza si costruisce davvero, con calma e senza rischi inutili.

L'unica scusa che non regge

Il primo turno in pista non cancella queste paure con un discorso. Le cancella nel momento in cui, a fine giornata, ti accorgi che la moto la stai guidando tu, e non il contrario. Se anche tu hai una di queste scuse pronta in tasca, forse è il momento di lasciarla a bordo pista.

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Ci vediamo in pista.


- Credit photo : DVisual